FABIO MAURI "Interno Esterno"
 
 

'CASA D'ARTISTA'


Alberto Boatto

Trasferire lo propria casa in una galleria d'arte oppure trasformare una galleria d'arte nella propria casa, che cosa può significare questo? Certo tutti i componenti di una abitazione, i mobili, i quadri,. le lampade, lo vasca da bagno, lo cucina con lo batteria, sono presenti con irrefutabile evidenza, distribuiti in due spazi comunicanti: si tratta dunque di un soggiorno e dei servizi, con in più un vestibolo. MO,la casa è marcata immediatamente come "casa d'artista" da alcuni segnali vistosi disposti fin dall'ingresso. Sono gli 'lschermi" bianchi messi a punto dallo stesso artista assieme alla riproduzione in rilievo bianco della camera insonne e allucinata, in rosso e in giallo nell'originale, dipinta dal pittore di Arles. Sembra che Fabio Mouri giochi tutte le sue carte unicamente sulla pienezza, con lo libreria e il comò d'epoca di legno pregiato, la pesante sagoma della poltrona con sopra le fronde dI una Kenzia, .10 squadratura della vasca, lo durezza degli utensili casalinghi. Certo c'è questa pienezza, più ancora che sensibile, tattile ed ingombrante, ma non c'è solo questo. Poiché lo solidità corposa degli oggetti, lo loro struttura tridimensionale, si presentano come schiacciate e allontanate in tutt'altra direzione: dei grandi riquadri bianchi come pannelli, posti sopra i mobili, riconducono ai valori della superficie e alla vacuità del non colore lo colorata tridimensionalità degli oggetti. Bisogna leggere dunque questo solido ambiente anche come un luogo della mente, così che lo "casa d'artista" sembra scivolare fra il pieno e il vuoto, la presenza e l'assenza, l' opacità della cosa e la trasparenza cifrata del segno.
Intanto l'artista - che resta il protagonista della casa - è presente solo negli indizi che ha lasciato con accortezza dietro di sé: nel profilo della poltronq che contorna in negativo il volume del suo corpo; nei molti libri ordinati sopra gli scaffali che disegnano un preciso continente culturale, in cui l'espressionismo e il futurismo s'incrociano a vicenda; soprattutto nella cecità della bella specchiera in piedi sopra il comò: sbarrata da un foglio intatto, non potendo riflettere alcunché, rimanda ad un volto che si è eclissato.
Dai mobili' alle pareti, i riquadri bianchi disegnano una interrotta periferia, che si identifica sì col perimetro della casa, ma che segnala prima di tutto lo periferia di un luogo mentale. Non ci troviamo chiusi dentro uno spazio privato, col senso d'intimità e di rifugio, ma ci troviamo circondati da un confine, da un sovraffollato posto di transito. L'artista sa per chiari motivi di non poter tracciare uno spazio privato. Primo, perché è cosa oggi oggettivamente impossibile - è sufficiente accendere con automatismo un apparecchio televisivo, premere i pulsanti del telefono, rispondere ad una chiamata. Secondo, perché l'artista è un uomo di mondo che si apre al mondo. Anzi, fa di questa apertura lo ragione d'essere del suo stesso essere artista, tanto che prende parte alle cose del mondo attraverso lo sua esistenza, lo sua riflessione e lo sua opera.
Così lungo una periferia costellata di pannelli bianchi e di mobili pregevoli, troviamo iscritta nei segni lo storia dei rapporti che stringono al mondo un artista di questa seconda metà del secolo. Una storia non affatto piana con inevitabilità e dove i casi individuali si sono intrecciati ad una trascinante fatalità collettiva. Riconosciamo i segni sicuri di una vicenda personale, chiamiamola pure destino a questo punto: e se le "Due città" indicano le rispettive capitali, Milano e Roma, tra cui si è divisa l'esistenza empirica di un uomo interamente cittadino, la "chambre" di Van Gogh, la figura di Odisseo e quella di Pinocchio rappresentano altrettante figure di una elezione o di una ripulsa. Di ripulsa il personaggio di Pinocchio, di cui questo artista refrattario alle sirene dell'infanzia e alla tentazione dell'avventura marginale e picaresca, respinge proprio la natura del burattino.
Controfigura invece dello stesso artista l'immortale navigatore d'Omero mentre la camera irradiante di Arles ritorna come doppio improbabile, miraggio, traguardo non raggiungibile.
Accanto a questi, segni assai espliciti di una drammatica storia pubblica con i richiami alla tecnica e alla guerra - "La macchina" e "Fucili" - ed, assieme, segni maggiormente organizzati ed oscuri: la "Cucina, il "Bagno" e "Canna da pesca". I nomi, secchi come indicazioni, doppiano come negli inventari la materialità degli attrezzi corrispondenti. Ma il titolo di "Cucina" continua nella dicitura "La questione tedesca" i la vasca si presenta incorniciata da un pannello figurativo e la magnifica canna del pescatore, partendo da un riquadro bianco e attraversando con agile slancio l'intera stanza, ostenta al posto dell'amo un voluminoso cilindro di metallo. Agli occhi di Mauri la realtà appare scritta in cifra, così che egli ama costruire di preferenza delle opere cifrate, alla cui composizione e al cui scioglimento interviene un circuito immediato di associazioni. La vasca è il luogo della nudità dell'uomo e la figura sondata dal checkup, tracciata in rosso e in blu sul pannello, denuncia lo stato di salute del biotipo nostro simile: una sanità tecnologica che rimanda ad una morte anch'essa ossequiente ai programmi dell? tecnica. La canna da pesca, penso, costituisca una metafora mordace del lavoro dell'artista: pensare, inquadrare le gravi cose del mondo e tentare infine, in una fatica forse non meno vana del rotolare di Sisifo, di catturarle e di sollevarle. Come accade sovente nell'opera di Mauri, il significato intellettuale si colloca in una condizione separata rispetto al suo corrispondente segno materiale: solo il pensiero, rimbalzandovi sopra, arriva a collegarli di nuovo tra loro e a fare opera di decifrazione.
Ma rimane sempre in sospeso, in un angolo dell'appartamento, la "questione tedesca", un nodo che riempie i titoli dei telegiornali, la partita a moscacieca delle diplomazie come le attese e le apprensioni degli uomini. La cucina è qui, come per caso, anche un vecchio forno bonariamente a legna, sul quale vengono riscaldate a bagnomaria, dentro una marmitta buona per una caserma o un collegio, un paio di bottiglie fasciate nelle pagine autorevoli del "Frankfurt er AIIgemeine" e di "Die Welt".
Diciamo allora umorismo stridente, pessimismo, stato di attesa, senso acuto del tempo e della storia, senza spingerci volontariamente troppo oltre nella lettura di questa prognosi-previsione cucinata a fuoco lento.
Da questa casa, che compone pure in modi indiretti l'autobiografia dell'artista, potremmo ricavare anche il suo identikit. Non è compito difficile assegnarlo ad un'alta borghesia chiaramente europea,lo cui presenza e lo cui tradizione vanno, ai nostri giorni, ormai scomparendo; una borghesia orientata piu verso lo mitteleuropa che verso il mediterraneo; definirlo poi un uomo a cui i libri sono necessari, affascinato sino alla capziosità dall' universo delle idee e attratto mediante lo mente e il sentimento dalla nerezza grande del mondo. Da qui discende il senso vivo di un' eredità storica e culturale, di cui tutta lo sua opera rende costante testimonianza, e della quale sarebbe utilmente vantaggioso ma non giusto sbarazzarsi come di un aspro peso. Che cosa sono ai suoi occhi l'espressionismo e il futurismo, che hanno invaso lo sua elegante biblioteca, se non lo genesi eccitante e micidiale dell' accelerazione, dell' asprezza e delle passioni dell'Europa? Se è vero che oggi anche i giovani sono costretti a fare di nuovo i conti col passato, qui questi conti si continua a farli da un gran numero di anni: in un canto della cucina, non è da oggi che l'enigma tedesco sfrigola sopra i rossi carboni. Per tutti questi elementi,la nascosta autobiografia, a cui si mescolano fatalmente le parole della confessione e i contrassegni dell'autoritratto, acquista l'aspetto di un consuntivo di una lunga stagione d'arte e di vita.
Ma un artista di stampo intellettuale come è Mauri - che vuoi dire qualcosa di diverso da un artista puramente mentale - sa che un bilancio è possibile concluderlo ad una sola condizione: chiudere in una nuova opera lo propria opera precedente. Per tale consapevolezza, lo "casa d'artista'" è ricca di rimandi che annodano al presente i lontani inizi, più di trenta anni fa. I riquadri bianchi che punteggiano questa periferia, sono in sostanza Il schermi" e il primo schermo porta la data del 1958.
La "questione tedesca" si riallaccia ad una rappresentazione diun anno fa, "Cos'è lo filosofia. Heidegger e lo questione tedesca. Concerto da tavolo" e questa, a sua volta, alla rappresentazione scenica " Che cosa è il fascismo" del 1971 .
Ma al di là dei rimandi interni, il problema cruciale che si presentava a" 'artista, si pone nei termini di una sintesi: stringere in un' unità efficace le due componenti di fondo della sua arte: il teatro, una sua originale accezione di teatro. "documentario" di idee e lo dispersione dei linguaggi espressivi e delle tecniche da lui sempre praticata; più arduo forse anc'ora, il gusto ridondante e provocatorio dell'oggetto trovato e lo sottigliezza dell'intelligenza. Sono strade che, attraverso l'eterogeneo e molto sperimentale territorio neodada, risalg.ono· d'autore in autore fino al vecchio dadaismo. Marcel Duchamp, che si affaccia con discrezione su questo raffinato' soggiorno, praticava il suo ingegno sul singolo oggetto, sconfinando una sola volta, senza grandi risultati, su scala architettonica. In questa casa "d'artista" si lavora con numerosi oggetti a livello di ambiente. Le allusioni culturali, l'impiego esplicito delle parole, i pannelli bianchi, gli stessi titoli introdotti, "aiutano" a sostenere lo muta nudità dell'oggetto. Una volta non circolava forse lo categoria del "ready mode aidé"? La dicitura "senzarte" che compare stampigliata in rilievo sulla quasi totalità dei riquadri, si ricollega all"antiarte" dada. Nella nostra stagione che pure ha applaudito il ritorno alla pittura, ai colori e alla smagliante pennellata, Mauri non si è fatto distogliere dal suo rifiuto di una tecnica specifica che, per I 'arte figurativa, resta pur sempre lo bella pittura.
Infine, questa "casa d'artista", messa su con un gesto di orgogliosa provocazione e corredata di segnali a metà fra l' evidenza dell' oggetto e l'astrazione mentale, si qualifica pure come un tentativo estremistico: stringere i nessi fra l'arte e lo vita, lo creazione e lo totalità della biografia dell'artista. Credo sia possibile compitare, negli intervalli che pure si slargano in mezzo a questo ambiente affollato, l'affermazione conclusiva: l'arte' non è affatto un circuito bloccato ma aperto, al quale prendono legittimamente parte anche il cibo e il riposo, lo malattia e l'indugio interrogante di fronte allo specchio, il succedersi insomma dei giorni che logorano l'esistenza, trascorsi tra lo cucina, il bagno e il soggiorno.

 
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