"LORENZO BONECHI"
 
 
NOS SUMUS SICUT NANUS POSITUS HUMEROS GIGANTIS
Giovanni di Salisbury

Michele Ranchetti

I personaggi sembrano conversare, in un tempo che è estraneo al presente, ma che è un presente fuori della storia. Sono personaggi senza questo tempo, ma che vivono una loro storia. Si direbbe che il pittore abbia voluto illustrare un racconto di cui si sono perdute le parole: illustrazioni senza testo, queste
figure rimandano ad un presente fuori delle connotazioni delle nostre vicende, estraneo, ma non ostile. Inoltre, queste figure alludono ad una vicenda religiosa di cui si è perduta la consapevolezza ma di cui è rimasta la devozione. Salto all'indietro, il quadro tuttavia "rappresenta" ma non saprebbe il pittore stesso riferire alcuna notizia di quella storia che egli ritrae in assorta contemplazione dr cui si fa strumento, il solo, strumento rimasto. Bonechi non riferisce, ascolta e trasmette senza interferire nella vicenda: primo e unico spettatore, si limita a proporre quella "conversazione" di cui non ha udito le parole ma che sa essersi svolta in un tempo del quale gli è dato conoscere i contorni e le figure, non le parole e il significato. Per questo assiste e trasmette, nella prospettiva che altri meglio di lui possa cogliere i nessi che a lui forse sfuggono e farsi testimone oltre che di queste forme anche di queste parole. Le scene di Bonechi sono ferme e fisse. Nei suoi ultimi quadri è scomparso anche il movimento allusivo che percorreva le sue opere precedenti. Qui non è traccia alcuna di movimento. Anche l'arruffio delle superfici, quei fili contorti che illustravano i contorni dei paesaggi e delle figure sono scomparsi per dar luogo a superfici compatte, dove non si scorge la pennellata, ma sembra che la stesura del colore provenga da un esterno che si è riprodotto nel corpo della materia pittorica. Inoltre, queste superfici accolgono un colore piatto, disteso, senza ombre, o solo con le ombre di altri colori non complementari, ma affini. Sono anche queste tonalità rimandi ad un tempo fuori di noi, un'illustrazione di una storia che forse ci ha preceduto ma che più probabilmente sta fuori di noi in un suo presente: noi ne vediamo i colori e le forme, grazie a Bonechi che ce ne informa senza interferire. Sono tuttavia quadri drammatici, ma, a differenza ~ei suoi lavori precedenti, il dramma è come se si fosse già svolto: di esse è rimasta solo la memoria nelle forme fisse: nessuna figura si muove, del movimento precedente trattiene solo l'ultimo esito: ora è ferma e nessun vento della storia potrà smuovere questi passi, investire questi arredi, far mutare queste scene. Nessun vento e nessuna memoria, perché ora il tempo è fisso e nessuno può più intervenire. Le cose stanno così, Bonechi ce le asserisce e noi possiamo solo contemplarle, assistendo a questa storia di figure in conversazione, a questi paesaggi vuoti e fissi, anch'·essi in conversazione estatica.
Ci si chiede perché Bonechi dipinga così, perché sia passato da un racconto con figure in cui era ancora possibile riconoscere l'eco di una vicenda già conosciuta, tratta dal Vangelo o dalla storia pagana, a questi schemi fissi, che alludono senza riferire. Ci si può chiedere quali esperienze di vita e d'arte ha avuto Bonechi negli ultimi anni. Infatti è come se all'illustraz!one compartecipata di temi e di problemi d'arte e di vita, quali sono illustrati nelle sue opere precedenti, si fosse sostituita un'unica attenzione che è di carattere devozionale. Come se da tutta la storia dell'arte fosse solo rimasto vivo un frammento: un atteggiamento devozionale. Infatti tutte queste opere presuppongono una storia sacra non più ricostruibile. Ciò che resta è solo l'atteggiamento verso di essa, l'atto devozionale' di uno spettatore e di chi contempla lo spettatore. Questa storia sacra assomiglia ma non coincide con la storia sacra della tradizione cristiana. Ne differisce per l'assenza dei riferimenti più tradizionali ma anche per una diversa attenzione: verso il paesaggio e verso le figure stesse. Questi uomini e queste donne in posa in così astratta fisicità sono personaggi, certo, di una "Buona Novella", ma il loro senso non è quello della vicenda cristiana. Somigliano, caso mai, alle figure dei vangeli dell'infanzia, e in questo senso si richiamano ad una iconografia conosciuta, ma se ne distinguono per l'assenza dei protagonisti. Esse, queste figure, non appartengono alla storia dei protagonisti, ma alla storia degli spettatori dell'evento. Anch'essi in qualche modo partecipi, sono tuttavia diversi dagli attori, sono quelli che erano là al momento del fatto: vi hanno assistito, ma forse senza capirlo. Il fatto si è svolto sotto i loro occhi, oppure accanto a loro. Essi ne hanno visto gli aspetti più appariscenti, ma non hanno compreso il significato. Spettatori del dramma, ne hanno accolto il valore, ma senza comprenderlo, erano presenti, ma nessuno ha detto loro di che cosa si trattasse. Essi hanno visto senza capire, e sono rimasti fermi. E questa fissità di spettatori inconsapevoli di un evento e di una storia "miracolosa" che i quadri di Bonechi illustrano. Non i fatti, non i protagonisti, ma gli spettatori del dramma: sfiorati dall' evento, in parte solo partecipi, essi ora sono rimasti fermi e fissi senza comprendere: la storia è avvenuta una volta per sempre, ed essi ora possono solo contemplare il paesaggio dove è passata quest~ storia e rimanerne come incantati. Ne è rimasta, questo sì, una fortissima luce, e in questa luce essi ora vivono. Bonechi così li ha visti, così ce ne riferisce. Questa storia si è svolta in un paesaggio, ma questo paesaggio ne è rimasto sconvolto, pietrificato. In esso viveva la città, ma questa città ora è diventata traccia della città celeste, non conserva più abitanti, ma solo superfici colorate, volumi e quinte di una vicenda che in essa si è svolta scenario di una sacra rappresentazione che qui ha avuto corso. Ma anch' essa è avvenuta e ora è scomparsa: rimangono le mura colorate, le quinte della scena miracolosa, nessuna traccia delle figure. L'evento è lontano, è ormai un' altra storia dalla nostra, e noi non possiamo ricostruirla, solo contemplarla.
Non -è necessario chiedersi a quali scuole di pittura, a quale cultura facciano riferimento le opere di Bonechi. Certo, qualche traccia si può ritrovare, e basterebbe per tutte le possibili citazioni, il riferimento ai senesi e a qualche contemporaneo, Ferrazzi o Garbari o Borra. Ma questi riferimenti sono molto esterni, è solo il gusto che talvolta puà richiamare un colore o una forma che Bonechi può aver avuto presente. Certo, questi quadri appartengono alla storia dell'arte, sono un momento della storia del!' arte, ma, a differenza di molti quadri moderni che rinviano su
bito al presente della nostra storia, questi, fanno riferimento ad un' altra storia, ad un diverso presente. Non ad una storia passata, malgrado le affinità con il Sassetta o i Lorenzetti, ma ad una modalità sacra di vedere il nostro presente, anzi non come un salto all'indietro, ma come uno scarto di lato o verso l'alto, per attingere ad un punto di vista diverso, metastorico sopra e accanto la nostra storia. E questo vale anche per la cultura del Bonechi. Non è possibile trovare un contemporaneo, scrittore o poeta che possa essergli messo a fianco. I possibili riferimenti a Betocchi e a Lisi del paese dell' anima sono del tutto esterni. Certo, non si può riferire la sua pittura a matrici europee consegnate in qualche movimento. Tutto sembra essergli estraneo, anche se Bonechi conosce la storia dell' Arte. Il riferimento è solo ad una forma letteraria diffusa nel Medio Evo, l'exemplum, cioè le vicende di un personaggio assunto, come "esemplare". Sono così costruite le vite dei santi e anche di personaggi storici ai quali ci si può e si deve riferire per costruire la
propria vita. E questo "exemplum" l'unico confronto possibile per la pittura di
Bonechi. Infatti anche nell' exemplum medioevale, le figure cessano d~ appartenere alla storia per divenire esemplari di un presente metas{orico, punti di riferimento e non più personaggi: la loro vita è divenuta un modello, le loro vicende diventano le possibili vicende di tutti perdendo i contorni caratteristici, oppure le loro singole vicende sono ascritte a un progetto di vita, a un parametro di confronti possibili. Anche le figure di Bonechi sono "exempla": anche per esse si può intravedere una storia ma questa storia è divenuta un modello esemplare, e solo al modello esse appartengono, il loro racconto è divenuto immagine fissa. Si può solo ripeterne i gesti, e infatti nella pittura di Bonechi ha grande rilevanza la ripetizione. Nessun quadro è del tutto autonomo: esso ripete gli altri, le figure di un quadro cercano le figure di un altro quadro per riaccostarsi ad esse, per ripeterne i gesti. Ma sappiamo il valore euristico della ripetizione. E così è anche per le figure di Bonechi: una serie che si interrompe in un quadro per riprendere in un altro il proprio significato, nella luce fissa dell' evento indicibile.

 
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