ROBERTO BARNI

"IL TEMPO DELL'OPERA, IL TEMPO DELL'UOMO"
Maria Luisa Frisa
Il problema oggi è ricostruire il nostro senso ed il nostro destino; teorizzare in maniera perversa la non verità, la frammentazione ideologica e l’impossibilità dell’unità linguistica, non fa altro che aumentare il disagio dell’uomo nei confronti dell’ esistenza ed alla fine portarlo alla disorganizzazione, alla impossibilità, quindi alla stasi. E la quiete si sa è preludio di morte. Se il nichilismo, come dice Severino, è l’essenza dell’Europa, lo scopo nascosto che guida questa stessa essenza alienata è l’ oltrepassamento del nichilismo. In ciò consiste la salvezza dell’Europa, e ormai di
tutta la terra.
Un artista può proporsi o meno di diffondere messaggi, di sostenere cause, di difendere posizioni o di attaccarle; può avere una sua filosofia dell’arte e/o dell’artista: non è certo questo che lo distingue – e che in qualche modo anche lo esclude – dal consenso dei mortali. Ciò di cui non può fare a meno di interessarsi – e che lo rende artista – è invece il modo di vivere e
di interpretare il tempo: è insomma il suo concetto di tempo. Non a caso si usa dire a merito di ogni grande intellettuale il fatto di essere ? uomo del proprio tempo ?. Solo che, oltre al proprio tempo, egli ne vive altri due; il tempo passato (fermento della memoria) e il tempo futuro (germe dell’immaginazione).
E questo vivere più tempi assieme costituisce tutto il dramma dell’ artista; la sua lotta consiste nel . tentativo di ricondurre questi due tempi – diversi e disomogenei - ad uno solo armonico.
Ma ineluttabilmente passato o futuro sconvolgono l'utopia. Se il passato prevale, se il magazzino della memoria non viene saccheggiato dall'astuzia dell'immaginazione, ma anzi ve la tiene prigioniera ecco l'accadèmismo. Attribuendosi il potere assoluto di interpretazione del passato, l'accademismo compie una paradossale operazione di storicismo alla rovescia: si vede il precursore stesso di ciò che imita
(in quanto non lo imita ingenuamente). Con il risultato che la rappresentazione si muta in archetipi, l’archetipi in rappresentazione. Così se Raffaello trasforma la contadina in Madonna, l’accademismo trasforma la Madonna in contadina.
Prendiamo la fantascienza sociologica, la struttura narrativa – base è la seguente: una nuova realtà, viene a schiacciare quella preesistente, ben altrimenti articolata. Abbiamo così, per fare un’esempio, che la sovrappopolazione del globo terrestre riesce a mutare, in un lasso di tempo più o meno breve, tutte le caratteristiche dell’umanità tradizionale: usi e costumi, leggi e religioni, arti e scienze ne vengono sconvolti e poi cancellati. Abbiamo così l’utopia che regge anche l’avanguardia: la teoria fa piazza pulita; si riparte da zero. Si può ripartire da zero.
Il problema è che si riparte sempre da zero, perché l’avanguardia non esiste, naturalmente, che come modello; in realtà esistono solo le avanguardie. Ed il modello delle avanguardie è invariabilmente lo stesso: ripartire.
Di fronte alla triplice alternativa: passato / presente / futuro l’avanguardia elimina disinvoltamente il passato, e con esso tutta la cosìddetta ? civiltà tradizionale?, che si volgeva al passato proprio per informarne il presente, e che vedeva il futuro come modernità equanime ed illuminata (’il tempo mi renderà giustizia’).
La dicotomia presente / futuro, che viene così a sostituire quella tradizionale e prevalente nell’artista, passato / presente, cade vittima, perduta l’inesauribile ricchezza della memoria, delle più disparate ideologie. Il tempo in un futuro ipotizzato è concettualmente lo stesso della fantascienza
? spaziale ?. Il buon romanziere americano e sovietico degli anni sessanta ragionava grosso modo così: se fra la data del primo lancio del satellite artificiale e quello del primo uomo nello spazio sono trascorsi, mettiamo cinque anni, in altri cinque anni che cosa succederà? Molto, molto di più perché le scoperte tecnologiche reagiscono fra loro; producendo una specie di accellerazione in progressione geometrica del tempo. Ecco il segreto: individuare il momento esatto in cui scocca la scintilla tecnologica per prevedere, con grande approssimazione, il momento in cui le fiamme dell’incendio raggiungeranno una certa altezza. Concetto di un tempo lineare ed accellerato. Mito delle avanguardie, che rincorrono tutte il punto zero. Incomunicabilità conseguente dei cosiddetti risultati delle esperienze fatte, poiché solo il passato comunica, là dove il presente si limita a dire.
Roberto Barni: il tempo dell’opera
Nell’opera di Roberto Barni l’uomo (l’artista) torna ad essere l’abitatore del tempo e dello spazio.
Se noi viviamo in tempi, dove la grande accellerazione tecnologica travolge lo scorrere del tempo umano e biologico, e scompiglia la nozione di spazio che viene frantumato da infiniti punti di vista: l’opera dell’artista può ancora una volta essere espressione di un’epoca e proporsi come momento unificante.
Dopo la sclerotizzazione di tutte le pratiche volte ad analizzare le funzioni dell’arte, pratiche che hanno portato alla dissoluzione della narrazione, allo sfaldamento dello spazio ed alla negazione dell’immagine, sino a condurre la pratica artistica al ciglio del baratro del non ritorno ed alla propria negazione; l’artista ritrova i fili del racconto. Attraverso la narrazione egli riesce a ricondurre all’opera: l’uomo ed i temi dell’esistenza. Avvenuta la rottura spazio / temporale, l’artista sulla tela riunifica queste dimensioni, attraverso la conoscenza della storia e della tecnica, egli ritrova la capacità di comunicare, di coinvolgere nel racconto, nella fabula. Anche il dialogo con l’androide macchina genetica: il replicante, ripropone ancora una volta i problemi del rapporto col tempo, col ricordo, col futuro, con lo sdoppiamento dell’esistenza.
Il film ォBIade runner propone l’uomo del 2019 che non si rapporta né con lo spazio sconfinato, né con il robot infallibile, ma con il replicante fisiologicamente perfetto, ma con sentimenti e paure che lo rendono oramai più umano dell’uomo.
L’artista ritrova la vertigine temporale, l’esplosjone della macchina del tempo lungo i circoli della storia. Non più il tempo lineare, più o meno ritardato accellerato di tipica matrice storicista e neppure il tempo dell’umanesimo antistoricista, che procede non per salti, ma per periodiche conflagrazioni, per globi di luce nell’universo newtoniano, cosフ povero di materia. Il corso del mondo non è continuità a tutti i costi, come non è continuità nella rottura .E invece scandito dal tempo einsteniano; i cui infiniti
momenti sono tutti tra loro contemporanei (come contemporanee tra loro sono tutte le opere d’arte in quanto tali).
L’artista torna nel tempo che scorre come un fiume con delle anse, dove l’acqua che fluisce è sempre la stessa, ma da un’ansa non si può scorgere il termine dell’altra (c’è un salto tra l’una e l’altra). Parlerei quindi di un passaggio da un tempo non umano, perché non si misura sull’uomo ad un concetto di tempo umano regolato da un trascorrere simile al raccontare, si innesta un dispositivo plurale di rielaborazioni destabilizzanti. Non esiste né una fine, né un principio; ma un’incessante trasformazione. Cosフ lo spazio narrativo dell’artista è vastissimo, affonda le radici nell’essere atemporale: esso vuole cogliere il mondo come totalità diacronica e sincronica. Allora l’arte è fatta di immagini eterne e senza tempo: miti e simboli, universali come gli archetipi dei sogni che nella loro semplicità riescono a rappresentare l’inquieta storia del singolo e della collettività.
L’artista ritrova territori di frontiera nuovi e favolosi, l’opera d’arte è una mappa, dove ripercorrere ed affrontare sempre diversi itinerari, ritrovare gli eterni ritorni ed affrontare sconosciute lontananze. La memoria e l’immaginazione permettono all’artista di attraversare il tempo da signore.
La memoria adorna di sé gli aspetti delle forme, - dice Savinio -li dilata per così dire al di là del loro aspetto presente.
Grazie alla memoria, noi nel mirare le immagini vediamo ciò che furono al di là del loro aspetto presente. Grazie alla memoria, noi nel mirare le immagini vediamo ciò che furono queste immagini e ciò che saranno, è la poesia dello sguardo». Ed ancora: « La memoria è il nostro passato: e anche il passato degli altri, di tutti gli uomini che ci hanno preceduti, via via fino a Caino ... Se la memoria non soccorre, se l’arte non deriva dalla memoria, l’arte è ignobile – plebea – ristretta e piena di noia: vana come i sogni».
Tempo a memoria eccitano ogni sorta di riflessioni esistenziali, di vagheggiamenti in Utopia e Futuribile, la memoria non solo fa intervenire l’approntamento di tali percorsi, ma la rilett~ra di tali percorsi. Il ricordo come elemento essenziale di identità individuale e collettiva (memoria dell’infanzia, memoria del mito, memoria delle origini dell’universo, memoria storica) , l’immaginazione come attesa, previsione e speranza. Roberto Barni ci parla nuovamente di umanesimo. Ossia di una concezione dell’esistere che torna all’uomo e comprende nella sua totalità tutte le contraddizioni della contemporaneità.
Se oramai la concezione del tempo e dello spazio non si rapportano più all’uomo come misura ed elemento generatore come avveniva nel Rinascimento, ed attraverso la tecnologia l’uomo si trova travolto da una molteplicità di segni, di situazioni e messaggi, senza però esserne molte volte il protagonista, ma solo l’attonito spettatore. Nell’opera di Barni l’umanità torna ad essere protagonista della storia, della sua frantumazione e della sua catastrofe. Il segno dell’artista ripetuto, spezzato e ricongiunto, avvolgente e gonfio è percorso da un movimento generatore di forza e di spazio.
Il gesto reiterato ossessivamente sulla superficie, per riaffermare i contorni dell’immagine e metterli in contatto con la scena circostante è il tentativo di ricondurre sempre la narrazione alla risoluzione dell’ opera.
L’opera dell’artista si dà come fatto assoluto che si compie: scinde e comprende tutti gli attimi assoluti. L’artista parla il linguaggio universale che riassume ogni lingua, dopo la caduta della torre di Babele, il movimento narrativo dell’artista e la messa in scena della rappresentazione in uno spazio vorticoso, ormai senza orizzonti definiti riportano all’unità
dell’ espressione e della forma.
L’arte attraverso la pratica distruttiva che le è propria, attraverso lo scardinamento, arriva alla rifondazione di un linguaggio che procede liberamente per ricucire e lacerare storie antiche e nuove.
Lo spazio circoscritto dell'opera non chiude i confini delle strategie del racconto, non isola del contesto l'evento, piuttosto ne allarga i bordi, li sfuma, li infrange nella progressiva composizione dell'Opus. L'opera d'arte è storia, è un'avvenimento stesso della storia. E la storia, la memoria, la conoscenza della tecnica pittorica sono d'ausilio all'artista per far giganteggiare l'umanità in un presente che coinvolge passato e futuro, un'umanità che si scontra con eventi, persone ed animali.
Sulla tela avviene la rappresentazione dell'esistenza con i suoi grandi problemi, che nella loro rude e solitaria semplicità accompagnano l'uomo da sempre. L'artista trovata l'unità della lingua, infrange, rompe e divarica i tempi per riportarli all'unità dell'opera, all'universalità dell'espressione.
L'artista entra nel tempo ne contempla la vastità senza fine e ne misura la profondità senza scampo.
Le immagini forti dei grandi lavori di Barni appaiono, escono dal flusso dell'esistenza per coinvolgerci nel racconto che contiene tutto il pathos della creazione e della distruzione. E sempre presente l'idea dell'uomo in rapporto all'ordine ed al caos dell'universo. La figura tranquillamente rapportata alla natura come nel ciclo 'Ad Parnasum', oppure in lotta con gli elementi come nei 'Naufragi' e nei 'Terremoti'. L'artista esercita il suo sguardo straniero nei confronti della città in cui vive: Firenze: in questa città gli spazi si costruiscono e si compongono secondo la matematica divisione dello spazio con rapporti aurei e temporali. Ma queste sono cose lontane e l'artista distrugge questo ordine. E nascono i lavori come 'Cariatide' o come 'Pistoia' dove personaggi od animali trascinano, portano sopportano il peso delle forme, delle architetture scomposte e distrutte. Oppure le navicelle scampate al naufragio, immerse in mari tempestosi, da cui affiorano rocce e tracce di città,dove le figure superstiti si affrontano tremende, dimentiche di qualsiasi ordine; ormai chiusi simulacri di aggressività primordiale rivolta solo alla
definizione di un circoscritto ambito esistenziale. Barni usa le sacche del tempo per rimetterle in
giuoco, entra nella storia, la attraversa, la divarica, la violenta.
La sua pittura ci proietta al di là della semplice immagine, ogni figura compone e ricompone le storie della vita, del sogno, della guerra, della morte, della distruzione. Se in alcuni lavori il colore, la materia sono chiari, guizzanti e vivi, in altri la materia si addensa, si raggruma sulla tela, crea forti spessori violenti ed aggittanti dalla superficie, cupi e terribili nella loro forza.
Poi ci sono le grandissime, gigantesche figure, come i « Protettori» dove i panneggi si gonfiano di vento, fumo, nuvole od ancora di gas malefici e diventano masse di bronzo manierista, che vivono maestosamente la perdita del rapporto col tempo e con lo spazio, che appoggiano sulle vive architetture dalle cromie urlanti e dalla impostazione sfuggente,
Od ancora le immanenti figure dalla grande anfora da cui fluisce l'acqua continua che come il tempo scorre ininterrottamente fino a coprire coll'oblio ogni figura umana e disumana.
L'affabulazione di Barni è concitata, aggressiva: le figure fuggono e cercano di salvarsi per strade deformate o distrutte, oppure affrontano coraggiosamente la lotta. Altre volte è il tema della lotta tra due eroi-divinità: Ercole ed Apollo, oppure tra due congiurati, od ancora tra l'artista e se stesso .
E il tema del doppio, l'ambiguità dello specchio, la
riflessione tra immagine reale e rappresentazione. Le figure presentano la fissità dell'estraniamento dallo spazio e dal tempo.
L'autoritratto dell'artista molte volte presente ci guarda coinvolgendoci con lo sguardo folle della Sibilla. Egli solitario ci osserva, si investe di tutte le lotte e cerca di gridare mille verità, la sua presenza irride e squassa. Altre volte ironico e terribile sogghigna,guardandoisuoipersonaggichetentano titaniche ed impossibili imprese.
Maria Luisa Frisa
Il problema oggi è ricostruire il nostro senso ed il nostro destino; teorizzare in maniera perversa la non verità, la frammentazione ideologica e l’impossibilità dell’unità linguistica, non fa altro che aumentare il disagio dell’uomo nei confronti dell’ esistenza ed alla fine portarlo alla disorganizzazione, alla impossibilità, quindi alla stasi. E la quiete si sa è preludio di morte. Se il nichilismo, come dice Severino, è l’essenza dell’Europa, lo scopo nascosto che guida questa stessa essenza alienata è l’ oltrepassamento del nichilismo. In ciò consiste la salvezza dell’Europa, e ormai di
tutta la terra.
Un artista può proporsi o meno di diffondere messaggi, di sostenere cause, di difendere posizioni o di attaccarle; può avere una sua filosofia dell’arte e/o dell’artista: non è certo questo che lo distingue – e che in qualche modo anche lo esclude – dal consenso dei mortali. Ciò di cui non può fare a meno di interessarsi – e che lo rende artista – è invece il modo di vivere e
di interpretare il tempo: è insomma il suo concetto di tempo. Non a caso si usa dire a merito di ogni grande intellettuale il fatto di essere ? uomo del proprio tempo ?. Solo che, oltre al proprio tempo, egli ne vive altri due; il tempo passato (fermento della memoria) e il tempo futuro (germe dell’immaginazione).
E questo vivere più tempi assieme costituisce tutto il dramma dell’ artista; la sua lotta consiste nel . tentativo di ricondurre questi due tempi – diversi e disomogenei - ad uno solo armonico.
Ma ineluttabilmente passato o futuro sconvolgono l'utopia. Se il passato prevale, se il magazzino della memoria non viene saccheggiato dall'astuzia dell'immaginazione, ma anzi ve la tiene prigioniera ecco l'accadèmismo. Attribuendosi il potere assoluto di interpretazione del passato, l'accademismo compie una paradossale operazione di storicismo alla rovescia: si vede il precursore stesso di ciò che imita
(in quanto non lo imita ingenuamente). Con il risultato che la rappresentazione si muta in archetipi, l’archetipi in rappresentazione. Così se Raffaello trasforma la contadina in Madonna, l’accademismo trasforma la Madonna in contadina.
Prendiamo la fantascienza sociologica, la struttura narrativa – base è la seguente: una nuova realtà, viene a schiacciare quella preesistente, ben altrimenti articolata. Abbiamo così, per fare un’esempio, che la sovrappopolazione del globo terrestre riesce a mutare, in un lasso di tempo più o meno breve, tutte le caratteristiche dell’umanità tradizionale: usi e costumi, leggi e religioni, arti e scienze ne vengono sconvolti e poi cancellati. Abbiamo così l’utopia che regge anche l’avanguardia: la teoria fa piazza pulita; si riparte da zero. Si può ripartire da zero.
Il problema è che si riparte sempre da zero, perché l’avanguardia non esiste, naturalmente, che come modello; in realtà esistono solo le avanguardie. Ed il modello delle avanguardie è invariabilmente lo stesso: ripartire.
Di fronte alla triplice alternativa: passato / presente / futuro l’avanguardia elimina disinvoltamente il passato, e con esso tutta la cosìddetta ? civiltà tradizionale?, che si volgeva al passato proprio per informarne il presente, e che vedeva il futuro come modernità equanime ed illuminata (’il tempo mi renderà giustizia’).
La dicotomia presente / futuro, che viene così a sostituire quella tradizionale e prevalente nell’artista, passato / presente, cade vittima, perduta l’inesauribile ricchezza della memoria, delle più disparate ideologie. Il tempo in un futuro ipotizzato è concettualmente lo stesso della fantascienza
? spaziale ?. Il buon romanziere americano e sovietico degli anni sessanta ragionava grosso modo così: se fra la data del primo lancio del satellite artificiale e quello del primo uomo nello spazio sono trascorsi, mettiamo cinque anni, in altri cinque anni che cosa succederà? Molto, molto di più perché le scoperte tecnologiche reagiscono fra loro; producendo una specie di accellerazione in progressione geometrica del tempo. Ecco il segreto: individuare il momento esatto in cui scocca la scintilla tecnologica per prevedere, con grande approssimazione, il momento in cui le fiamme dell’incendio raggiungeranno una certa altezza. Concetto di un tempo lineare ed accellerato. Mito delle avanguardie, che rincorrono tutte il punto zero. Incomunicabilità conseguente dei cosiddetti risultati delle esperienze fatte, poiché solo il passato comunica, là dove il presente si limita a dire.
Roberto Barni: il tempo dell’opera
Nell’opera di Roberto Barni l’uomo (l’artista) torna ad essere l’abitatore del tempo e dello spazio.
Se noi viviamo in tempi, dove la grande accellerazione tecnologica travolge lo scorrere del tempo umano e biologico, e scompiglia la nozione di spazio che viene frantumato da infiniti punti di vista: l’opera dell’artista può ancora una volta essere espressione di un’epoca e proporsi come momento unificante.
Dopo la sclerotizzazione di tutte le pratiche volte ad analizzare le funzioni dell’arte, pratiche che hanno portato alla dissoluzione della narrazione, allo sfaldamento dello spazio ed alla negazione dell’immagine, sino a condurre la pratica artistica al ciglio del baratro del non ritorno ed alla propria negazione; l’artista ritrova i fili del racconto. Attraverso la narrazione egli riesce a ricondurre all’opera: l’uomo ed i temi dell’esistenza. Avvenuta la rottura spazio / temporale, l’artista sulla tela riunifica queste dimensioni, attraverso la conoscenza della storia e della tecnica, egli ritrova la capacità di comunicare, di coinvolgere nel racconto, nella fabula. Anche il dialogo con l’androide macchina genetica: il replicante, ripropone ancora una volta i problemi del rapporto col tempo, col ricordo, col futuro, con lo sdoppiamento dell’esistenza.
Il film ォBIade runner propone l’uomo del 2019 che non si rapporta né con lo spazio sconfinato, né con il robot infallibile, ma con il replicante fisiologicamente perfetto, ma con sentimenti e paure che lo rendono oramai più umano dell’uomo.
L’artista ritrova la vertigine temporale, l’esplosjone della macchina del tempo lungo i circoli della storia. Non più il tempo lineare, più o meno ritardato accellerato di tipica matrice storicista e neppure il tempo dell’umanesimo antistoricista, che procede non per salti, ma per periodiche conflagrazioni, per globi di luce nell’universo newtoniano, cosフ povero di materia. Il corso del mondo non è continuità a tutti i costi, come non è continuità nella rottura .E invece scandito dal tempo einsteniano; i cui infiniti
momenti sono tutti tra loro contemporanei (come contemporanee tra loro sono tutte le opere d’arte in quanto tali).
L’artista torna nel tempo che scorre come un fiume con delle anse, dove l’acqua che fluisce è sempre la stessa, ma da un’ansa non si può scorgere il termine dell’altra (c’è un salto tra l’una e l’altra). Parlerei quindi di un passaggio da un tempo non umano, perché non si misura sull’uomo ad un concetto di tempo umano regolato da un trascorrere simile al raccontare, si innesta un dispositivo plurale di rielaborazioni destabilizzanti. Non esiste né una fine, né un principio; ma un’incessante trasformazione. Cosフ lo spazio narrativo dell’artista è vastissimo, affonda le radici nell’essere atemporale: esso vuole cogliere il mondo come totalità diacronica e sincronica. Allora l’arte è fatta di immagini eterne e senza tempo: miti e simboli, universali come gli archetipi dei sogni che nella loro semplicità riescono a rappresentare l’inquieta storia del singolo e della collettività.
L’artista ritrova territori di frontiera nuovi e favolosi, l’opera d’arte è una mappa, dove ripercorrere ed affrontare sempre diversi itinerari, ritrovare gli eterni ritorni ed affrontare sconosciute lontananze. La memoria e l’immaginazione permettono all’artista di attraversare il tempo da signore.
La memoria adorna di sé gli aspetti delle forme, - dice Savinio -li dilata per così dire al di là del loro aspetto presente.
Grazie alla memoria, noi nel mirare le immagini vediamo ciò che furono al di là del loro aspetto presente. Grazie alla memoria, noi nel mirare le immagini vediamo ciò che furono queste immagini e ciò che saranno, è la poesia dello sguardo». Ed ancora: « La memoria è il nostro passato: e anche il passato degli altri, di tutti gli uomini che ci hanno preceduti, via via fino a Caino ... Se la memoria non soccorre, se l’arte non deriva dalla memoria, l’arte è ignobile – plebea – ristretta e piena di noia: vana come i sogni».
Tempo a memoria eccitano ogni sorta di riflessioni esistenziali, di vagheggiamenti in Utopia e Futuribile, la memoria non solo fa intervenire l’approntamento di tali percorsi, ma la rilett~ra di tali percorsi. Il ricordo come elemento essenziale di identità individuale e collettiva (memoria dell’infanzia, memoria del mito, memoria delle origini dell’universo, memoria storica) , l’immaginazione come attesa, previsione e speranza. Roberto Barni ci parla nuovamente di umanesimo. Ossia di una concezione dell’esistere che torna all’uomo e comprende nella sua totalità tutte le contraddizioni della contemporaneità.
Se oramai la concezione del tempo e dello spazio non si rapportano più all’uomo come misura ed elemento generatore come avveniva nel Rinascimento, ed attraverso la tecnologia l’uomo si trova travolto da una molteplicità di segni, di situazioni e messaggi, senza però esserne molte volte il protagonista, ma solo l’attonito spettatore. Nell’opera di Barni l’umanità torna ad essere protagonista della storia, della sua frantumazione e della sua catastrofe. Il segno dell’artista ripetuto, spezzato e ricongiunto, avvolgente e gonfio è percorso da un movimento generatore di forza e di spazio.
Il gesto reiterato ossessivamente sulla superficie, per riaffermare i contorni dell’immagine e metterli in contatto con la scena circostante è il tentativo di ricondurre sempre la narrazione alla risoluzione dell’ opera.
L’opera dell’artista si dà come fatto assoluto che si compie: scinde e comprende tutti gli attimi assoluti. L’artista parla il linguaggio universale che riassume ogni lingua, dopo la caduta della torre di Babele, il movimento narrativo dell’artista e la messa in scena della rappresentazione in uno spazio vorticoso, ormai senza orizzonti definiti riportano all’unità
dell’ espressione e della forma.
L’arte attraverso la pratica distruttiva che le è propria, attraverso lo scardinamento, arriva alla rifondazione di un linguaggio che procede liberamente per ricucire e lacerare storie antiche e nuove.
Lo spazio circoscritto dell'opera non chiude i confini delle strategie del racconto, non isola del contesto l'evento, piuttosto ne allarga i bordi, li sfuma, li infrange nella progressiva composizione dell'Opus. L'opera d'arte è storia, è un'avvenimento stesso della storia. E la storia, la memoria, la conoscenza della tecnica pittorica sono d'ausilio all'artista per far giganteggiare l'umanità in un presente che coinvolge passato e futuro, un'umanità che si scontra con eventi, persone ed animali.
Sulla tela avviene la rappresentazione dell'esistenza con i suoi grandi problemi, che nella loro rude e solitaria semplicità accompagnano l'uomo da sempre. L'artista trovata l'unità della lingua, infrange, rompe e divarica i tempi per riportarli all'unità dell'opera, all'universalità dell'espressione.
L'artista entra nel tempo ne contempla la vastità senza fine e ne misura la profondità senza scampo.
Le immagini forti dei grandi lavori di Barni appaiono, escono dal flusso dell'esistenza per coinvolgerci nel racconto che contiene tutto il pathos della creazione e della distruzione. E sempre presente l'idea dell'uomo in rapporto all'ordine ed al caos dell'universo. La figura tranquillamente rapportata alla natura come nel ciclo 'Ad Parnasum', oppure in lotta con gli elementi come nei 'Naufragi' e nei 'Terremoti'. L'artista esercita il suo sguardo straniero nei confronti della città in cui vive: Firenze: in questa città gli spazi si costruiscono e si compongono secondo la matematica divisione dello spazio con rapporti aurei e temporali. Ma queste sono cose lontane e l'artista distrugge questo ordine. E nascono i lavori come 'Cariatide' o come 'Pistoia' dove personaggi od animali trascinano, portano sopportano il peso delle forme, delle architetture scomposte e distrutte. Oppure le navicelle scampate al naufragio, immerse in mari tempestosi, da cui affiorano rocce e tracce di città,dove le figure superstiti si affrontano tremende, dimentiche di qualsiasi ordine; ormai chiusi simulacri di aggressività primordiale rivolta solo alla
definizione di un circoscritto ambito esistenziale. Barni usa le sacche del tempo per rimetterle in
giuoco, entra nella storia, la attraversa, la divarica, la violenta.
La sua pittura ci proietta al di là della semplice immagine, ogni figura compone e ricompone le storie della vita, del sogno, della guerra, della morte, della distruzione. Se in alcuni lavori il colore, la materia sono chiari, guizzanti e vivi, in altri la materia si addensa, si raggruma sulla tela, crea forti spessori violenti ed aggittanti dalla superficie, cupi e terribili nella loro forza.
Poi ci sono le grandissime, gigantesche figure, come i « Protettori» dove i panneggi si gonfiano di vento, fumo, nuvole od ancora di gas malefici e diventano masse di bronzo manierista, che vivono maestosamente la perdita del rapporto col tempo e con lo spazio, che appoggiano sulle vive architetture dalle cromie urlanti e dalla impostazione sfuggente,
Od ancora le immanenti figure dalla grande anfora da cui fluisce l'acqua continua che come il tempo scorre ininterrottamente fino a coprire coll'oblio ogni figura umana e disumana.
L'affabulazione di Barni è concitata, aggressiva: le figure fuggono e cercano di salvarsi per strade deformate o distrutte, oppure affrontano coraggiosamente la lotta. Altre volte è il tema della lotta tra due eroi-divinità: Ercole ed Apollo, oppure tra due congiurati, od ancora tra l'artista e se stesso .
E il tema del doppio, l'ambiguità dello specchio, la
riflessione tra immagine reale e rappresentazione. Le figure presentano la fissità dell'estraniamento dallo spazio e dal tempo.
L'autoritratto dell'artista molte volte presente ci guarda coinvolgendoci con lo sguardo folle della Sibilla. Egli solitario ci osserva, si investe di tutte le lotte e cerca di gridare mille verità, la sua presenza irride e squassa. Altre volte ironico e terribile sogghigna,guardandoisuoipersonaggichetentano titaniche ed impossibili imprese.

